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conques
grazie a dio, si può tornare indietro; anzi, si deve tornare indietro, anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce (p.p.pasolini)
7 luglio 2010
info 7 luglio 2010

I_morti_di_Reggio_Emilia

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Nel 50° anniversario della strage

 

Nasce_l'area_programmatica_in_CGIL

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Documento finale assemblea La Cgil che vogliamo

 

Dal_patronato_Inca-Cgil_di_Padova

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Controriforma pensionistica occulta

 

La_manovra_degli_ignoranti

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Il governo contro la cultura

 

Così_nacque_la_mia_canzone

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“I morti di Reggio Emilia” raccontata dall’autore

 

Licata_5_luglio_1960

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Luigi Ficarra ricorda quei giorni…

 

Meneghello_e_dintorni

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Letture e documentari meneghelliani

 

Prigioniera_nelle_carceri_israeliane

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Testimonianza dopo la Flottilla dei pacifisti

 

Srebrenica_2010

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15 anni dopo…

 

Scene_di_paglia

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Appuntamenti teatrali

 

Gustafilm

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L’appetito vien guardando…

 

Festa_x_l'unità

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Esserecomunisti in festa

 

DalMolin_Parco_della_Pace

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Non c’è nulla da festeggiare

 

ucuntu80

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Nuovo numero del giornale online

 

1960_la_rivolta_di_una_generazione

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Per non dimenticare

 

Maledetti_e_respinti

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Nei campi di concentramento libici




permalink | inviato da conques il 7/7/2010 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Non ha molto senso parlare di intercultura se non si avverte questa evidenza: che mentre noi siamo continuamente, prevalentemente soliti ritenere che sia giusto rappresentarci un po’ come un cerchio al centro del quale c’è il nostro io, la nostra soggettività, la nostra tradizione personale o culturale o nazionale o filogenetica, per così dire, e al margine, come sulle linee di frontiera, ci sono i contatti con gli altri; mentre invece, forse, dovremmo soprattutto pensarci come qualcosa che nasce ai bordi, che nasce lungo le linee di contatto perché, forse, noi siamo veramente non tanto nel nostro presunto interno in cui forse non stiamo in realtà mai e che rappresenta per molti versi una nostra proiezione, ma siamo sempre, per dirla un po’ al modo in cui Ortega Y Gasset era solito parlare del destino, forse, in un nostro continuo andar fuori e in questo nostro continuo andar fuori noi siamo sempre noi e quelle cose, quegli altri al contatto dei quali noi accadiamo e d’altra parte, tuttosommato, è forse una pruderie eccessiva quella che ci convince sempre a tacitare la dimensione del metabolismo della nostra vita, a concepire la nostra forma come una forma che dovrebbe essere perfetta, cioè non avere buchi, non avere orifizi, non avere contatti; mentre invece la nostra esistenza stessa è fatta di una continua porosità. Noi viviamo costantemente lungo il nostro bordo.

Adone Brandalise (da Trickster)