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conques
grazie a dio, si può tornare indietro; anzi, si deve tornare indietro, anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce (p.p.pasolini)
3 ottobre 2010
poverino, non sa quel che dice?

Le barzellette di Silvio Berlusconi contro gli ebrei (perché raccontare oscenità “sugli” ebrei è semplicemente alimentare una secolare campagna di odio e discriminazione “contro” di loro) non sono una novità per la comunità ebraica e per gli stessi diplomatici israeliani. Più volte Berlusconi ha raccontato queste barzellette perfino nella casa dell’ambasciatore israeliano in Italia Gideon Meir, a Roma, ai Parioli.  Circondato da ministri o deputati del Pdl e membri della comunità ebraica, da capo dell’opposizione contro Prodi oppure da capo del governo, Berlusconi non si è mai risparmiato storielle del genere. Una, in particolare, era davvero orrenda: raccontava di un ebreo che negli anni, con varie trasfusioni di sangue salva un palestinese, che gli fa nel tempo regali di valore sempre decrescente. Quando l’ebreo gli chiede “per curiosità, mi spieghi perché mi regali cose che valgono sempre di meno?”, il palestinese risponde “perché ho sempre più sangue ebraico nelle mie vene”. E’ chiaro che l’ambasciata a Roma avrà riferito a Gerusalemme il contenuto di questi racconti, il carattere dello spirito più intimo di Berlusconi. E’ probabile che il realismo politico di Olmert e Netanyahu avrà fatto scegliere ai governi di Israele di “coprire” l’amico Silvio, “poverino, non è contro di noi, non sa quel che dice”. Ma per il popolo italiano è sempre più imbarazzante presentarsi nel mondo con un leader che gioca con storielle anti-semite, bestemmia Iddio pur di offendere una donna (le donne), bacia la mano a Gheddafi, fa il cù-cù ad Angela Merkel. Questo veleno lentamente sta pervadendo e stordendo noi italiani. Ma è un veleno che tutti nel mondo percepiscono chiaramente, e che sfigura il volto dell’Italia molto più di quanto noi stessi riusciamo a capire.

 

da http://nigro.blogautore.repubblica.it




permalink | inviato da conques il 3/10/2010 alle 19:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Non ha molto senso parlare di intercultura se non si avverte questa evidenza: che mentre noi siamo continuamente, prevalentemente soliti ritenere che sia giusto rappresentarci un po’ come un cerchio al centro del quale c’è il nostro io, la nostra soggettività, la nostra tradizione personale o culturale o nazionale o filogenetica, per così dire, e al margine, come sulle linee di frontiera, ci sono i contatti con gli altri; mentre invece, forse, dovremmo soprattutto pensarci come qualcosa che nasce ai bordi, che nasce lungo le linee di contatto perché, forse, noi siamo veramente non tanto nel nostro presunto interno in cui forse non stiamo in realtà mai e che rappresenta per molti versi una nostra proiezione, ma siamo sempre, per dirla un po’ al modo in cui Ortega Y Gasset era solito parlare del destino, forse, in un nostro continuo andar fuori e in questo nostro continuo andar fuori noi siamo sempre noi e quelle cose, quegli altri al contatto dei quali noi accadiamo e d’altra parte, tuttosommato, è forse una pruderie eccessiva quella che ci convince sempre a tacitare la dimensione del metabolismo della nostra vita, a concepire la nostra forma come una forma che dovrebbe essere perfetta, cioè non avere buchi, non avere orifizi, non avere contatti; mentre invece la nostra esistenza stessa è fatta di una continua porosità. Noi viviamo costantemente lungo il nostro bordo.

Adone Brandalise (da Trickster)