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conques
grazie a dio, si può tornare indietro; anzi, si deve tornare indietro, anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce (p.p.pasolini)
22 settembre 2014
Salva il Pianeta

Ieri, in tutto il mondo, milioni di persone hanno marciato e manifestato per il Clima, contro le emissioni di gas nocivi (in particolare co2), per un sistema industriale ambientalmente e socialmente sostenibile, per la “salvezza del pianeta”.

Solo a New York 400mila persone.

Invece a Padova, oltre a non marciare nessuno, nonostante sia evidente a tutti che ogni temporale diventa una bomba d’acqua e gli allagamenti sono all’ordine del giorno:

-          ieri c’è stata l’ultima domenica ecologica (nel senso che non ce ne saranno più);

-          l’apertura al traffico delle ZTL (zone a traffico limitato) viene anticipata a metà pomeriggio;

-          si diminuiscono le zone pedonali (per esempio, la riapertura del traffico nel piazzale Stazione);

-          saranno rimosse le biciclette parcheggiate fuori dalle rastrelliere (insufficienti da sempre) e saranno multati i proprietari: firma qui una petizione di protesta;

-          si svende l’Aps a Trenibus Italia; aumenterà il costo di biglietti e abbonamenti, diminuiranno le corse a causa dei previsti tagli al personale;

-          si continuano ad aprire parcheggi nuovi in centro città, richiamando sempre più numeroso il traffico automobilistico privato.

 

Ma loro sono “verdi” per antonomasia. Tanto basta…




permalink | inviato da conques il 22/9/2014 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Non ha molto senso parlare di intercultura se non si avverte questa evidenza: che mentre noi siamo continuamente, prevalentemente soliti ritenere che sia giusto rappresentarci un po’ come un cerchio al centro del quale c’è il nostro io, la nostra soggettività, la nostra tradizione personale o culturale o nazionale o filogenetica, per così dire, e al margine, come sulle linee di frontiera, ci sono i contatti con gli altri; mentre invece, forse, dovremmo soprattutto pensarci come qualcosa che nasce ai bordi, che nasce lungo le linee di contatto perché, forse, noi siamo veramente non tanto nel nostro presunto interno in cui forse non stiamo in realtà mai e che rappresenta per molti versi una nostra proiezione, ma siamo sempre, per dirla un po’ al modo in cui Ortega Y Gasset era solito parlare del destino, forse, in un nostro continuo andar fuori e in questo nostro continuo andar fuori noi siamo sempre noi e quelle cose, quegli altri al contatto dei quali noi accadiamo e d’altra parte, tuttosommato, è forse una pruderie eccessiva quella che ci convince sempre a tacitare la dimensione del metabolismo della nostra vita, a concepire la nostra forma come una forma che dovrebbe essere perfetta, cioè non avere buchi, non avere orifizi, non avere contatti; mentre invece la nostra esistenza stessa è fatta di una continua porosità. Noi viviamo costantemente lungo il nostro bordo.

Adone Brandalise (da Trickster)