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conques
grazie a dio, si può tornare indietro; anzi, si deve tornare indietro, anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce (p.p.pasolini)
30 dicembre 2014
il mio discorso di fine anno

Non mi si creda megalomane (domani sera Napolitano farà il suo ultimo, finalmente) né imitatore (il controcanto di Grillo alla stessa ora..). Ho davvero bisogno di dirti ciò che penso di questi ultimi giorni, verso la fine dell’anno.

Il parlamento ha approvato il Jobs act. Una legge delega praticamente vuota, che il governo sta riempiendo con decreti attuativi uno peggiore dell’altro. Raramente si è visto un parlamento così svuotato di prerogative e dignità.

Ecco, appunto! Per quel che mi riguarda – ma vorrei convincerti, e magari la pensassero così anche i sindacati – l’approvazione del Jobs act e l’emanazione dei decreti relativi è da considerarsi un atto più che ostile contro il mondo del Lavoro; una vera e propria dichiarazione di guerra contro la Classe operaia (intesa come lavoratori, disoccupati e precari).

Ha ragione Piergiovanni Alleva: si dovrà fare un referendum ed abrogare tutto. Prepariamoci!

Salutiamoci l’un l’altro, in famiglia, per strada, ovunque con un: AUGURI PER UN 2015 DI LOTTA!.

Adelante Compañeros

Lorenzo Mazzucato




permalink | inviato da conques il 30/12/2014 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Non ha molto senso parlare di intercultura se non si avverte questa evidenza: che mentre noi siamo continuamente, prevalentemente soliti ritenere che sia giusto rappresentarci un po’ come un cerchio al centro del quale c’è il nostro io, la nostra soggettività, la nostra tradizione personale o culturale o nazionale o filogenetica, per così dire, e al margine, come sulle linee di frontiera, ci sono i contatti con gli altri; mentre invece, forse, dovremmo soprattutto pensarci come qualcosa che nasce ai bordi, che nasce lungo le linee di contatto perché, forse, noi siamo veramente non tanto nel nostro presunto interno in cui forse non stiamo in realtà mai e che rappresenta per molti versi una nostra proiezione, ma siamo sempre, per dirla un po’ al modo in cui Ortega Y Gasset era solito parlare del destino, forse, in un nostro continuo andar fuori e in questo nostro continuo andar fuori noi siamo sempre noi e quelle cose, quegli altri al contatto dei quali noi accadiamo e d’altra parte, tuttosommato, è forse una pruderie eccessiva quella che ci convince sempre a tacitare la dimensione del metabolismo della nostra vita, a concepire la nostra forma come una forma che dovrebbe essere perfetta, cioè non avere buchi, non avere orifizi, non avere contatti; mentre invece la nostra esistenza stessa è fatta di una continua porosità. Noi viviamo costantemente lungo il nostro bordo.

Adone Brandalise (da Trickster)