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grazie a dio, si può tornare indietro; anzi, si deve tornare indietro, anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce (p.p.pasolini)
27 novembre 2007
Israele e Palestina ad Annapolis..

Annapolis: Condoleezza Rice verso il remake di un fallimento? – di Elle Emme
Domenica 11 Novembre una delegazione di negoziatori palestinesi, con a capo Ahmed Qureia, parte da Ramallah alla volta di Gerusalemme, per un meeting di routine con il ministro degli esteri israeliano Livni. Due team diplomatici si incontrano ogni settimana per mettere a punto una generica dichiarazione di intenti tra Olmert e Abu Mazen, da presentare come risultato della programmata conferenza di Annapolis del 26 Novembre. Per evitare che la conferenza si trasformi in un flop mediatico per Condoleezza Rice, le parti in causa devono dimostrare almeno un po' di buona volontà. Come ogni domenica, lungo quei pochi chilometri che separano Ramallah da Gerusalemme Est, Qureia deve attraversare un check point israeliano lungo il muro. Per la maggior parte dei Palestinesi residenti in West Bank non è possibile passare: Gerusalemme Est, occupata nel '67, è di fatto annessa allo stato ebraico. Ad alcuni funzionari di Fatah il governo israeliano concede di passare, si tratta di negoziare la pace dopo tutto. Ma questa volta una brutta sorpresa aspetta Qureia ed il suo team.

I soldati al check point trattano i membri della delegazione come qualsiasi altro palestinese. Stop, controllo documenti, il convoglio viene bloccato, i secondi di attesa diventano minuti: dopo mezz'ora il soldato nega il passaggio a Qureia senza addurre alcun motivo (non è tenuto a farlo d'altra parte) e questi, indignato per l'affronto, gira sui tacchi e se ne torna a Ramallah. Il meeting è cancellato, il tavolo di trattative è saltato. Tzipi Livni chiama Abu Mazen per scusarsi, sono cose che succedono, quasi a voler ribadire la propria magnanimità per le volte che Qureia è "potuto" passare, se possono gentilmente tornare a trovarla nel suo ufficio e firmare quest'accordo. Ma Qureia, stizzito, risponde che non vanno "a negoziare con loro per essere poi umiliati" e che "eventuali incontri non si svolgeranno più in Israele ma in un altro stato."

Questo episodio disarmante dà la misura della situazione de facto sul campo, mentre le controparti israeliana e palestinese si preparano all'incontro di Annapolis. Secondo la più recente richiesta israeliana, imposta come precondizione alla trattativa, Abu Mazen dovrebbe riconoscere ufficialmente il carattere ebraico dello Stato d'Israele. Per partecipare agli accordi di Oslo, Arafat dovette riconoscere l'esistenza dello Stato d'Israele. Per partecipare ad Annapolis, Abu Mazen dovrebbe fare un piccolo passo avanti: accettare che i palestinesi con cittadinanza israeliana, circa un quinto della popolazione, siano considerati cittadini di serie B, non solo secondo la legge, come succede dal '48, ma addirittura in maniera consenziente.

L'accettazione dello stato di apartheid in Israele da parte della minoranza palestinese aprirebbe la strada alla soluzione del conflitto. Tzipi Livni ha svelato recentemente la nuova strategia israeliana: "La creazione di uno stato palestinese, risolverà il problema dei palestinesi, siano essi nei campi profughi, o in West Bank, o cittadini dello Stato Ebraico." In altre parole, per garantire la superiorità demografica in Israele, dopo aver creato un'entità formalmente autonoma in una piccola parte della West Bank, il governo israeliano vi deporterebbe i propri cittadini arabi-israeliani. I partiti arabi-israeliani nella Knesset hanno immediatamente alzato gli scudi, dichiarando inaccettabile tale posizione del governo e ricordando che, se ci sono cittadini immigrati in Israele di recente, questi sono la maggioranza ebraica e non viceversa. Quest'ultima presa di posizione potrebbe rivelarsi molto pericolosa per i parlamentari arabo-israeliani della Knesset: secondo la paradossale legge israeliana, infatti, chi non riconosce il carattere ebraico dello Stato non può partecipare alle elezioni politiche.

La realtà sul campo in West Bank è distante anni luce dai tavoli dove si svolgeranno i negoziati di Annapolis. Gli insediamenti illegali di coloni israeliani in West Bank sono in continuo aumento: hanno raggiunto quota 450.000 coloni, con buona pace per la road map. La costruzione del muro e i massicci sforzi per la creazione delle infrastrutture per le colonie hanno di fatto creato continuità territoriale tra Israele e gli insediamenti ebraici nel cuore stesso della West Bank. Dalla colonia di Ma'ale Adumim, come da molte altre, ci si può recare a Gerusalemme su un sistema di tunnel e autostrade riservate ai soli ebrei, senza mai incontrare segni della presenza palestinese. Il consiglio di Yesha, la rappresentanza religiosa delle colonie, ha espresso ad Olmert la "viva preoccupazione" per le dichiarazioni di quest'ultimo circa possibili concessioni territoriali ad Annapolis. La replica di Olmert chiarisce le vere intenzioni israeliane: "Ci sono terre da cui non mi ritirerò mai. Non ho alcun dubbio che ogni granello di terra dal Giordano al mare fa parte della Grande Israele." Ma nemmeno i coloni si fidano di Olmert e si preparano a resistere (con la forza), perché non si ripeta il "sacrilegio" dell'evacuazione dalla Striscia di Gaza voluta da Sharon nel 2005.
Se la vera partita si gioca sulla West Bank, la tragica sorte della Striscia di Gaza pare non importare più a nessuno dei partecipanti alla conferenza di Annapolis. Israele ha iniziato a tagliare ad intermittenza acqua, luce e gas al milione e mezzo di abitanti della Striscia, come punizione collettiva contro il lancio di razzi Qassam su Sderot. Queste operazioni servono, secondo il ministro della difesa Barak, a preparare la strada per una massiccia offensiva di terra dell'IDF, per ridimensionare le capacità militari di Hamas. Tra le misure punitive, l'IDF continua da settimane a negare il trasferimento da Gaza alla West Bank ai malati terminali di cancro, adducendo motivi di sicurezza. La scarsità di medicine impedisce la loro cura negli ospedali di Gaza e uno di loro è nel frattempo morto aspettando di passare il check point di Erez.
Alla luce di questi tragici sviluppi, è chiaro ormai l'obiettivo comune di Olmert e Abu Mazen: dopo aver sigillato Gaza, si accingono a trasformare le forze di sicurezza palestinesi in West Bank, sotto il controllo di Abu Mazen, nei subcontractors dell'IDF. Il piano è ufficiale ed è finanziato da Israele e Stati Uniti. I poliziotti palestinesi manterranno l'ordine pubblico nei Territori e gestiranno l'occupazione per conto del governo israeliano, che continuerà indisturbato nell'opera di ampliamento delle colonie. Il punto cruciale della trattativa è che Fatah, il partito di Abu Mazen, otterrebbe il monopolio della forza in West Bank, con cospicui finanziamenti occidentali, a scapito dei rivali di Hamas e degli altri gruppi armati di resistenza. Le prove generali sono già cominciate: il premier palestinese del governo provvisorio di Ramallah, Salam Fayad, ha dato il via ad un rastrellamento dei militanti armati a Nablus, con lo scopo di "raccogliere le armi illegali e sciogliere le milizie." Tuttavia, lo stesso braccio armato di Fatah si è detto contrario a consegnare le armi, fino a che l'ultimo soldato occupante non si sarà ritirato e le forze di resistenza hanno cominciato ad opporsi al piano di Abu Mazen.
A questo punto, la conferenza di Annapolis, voluta fortemente da Condoleezza Rice per risollevarsi dal disastro iracheno, si preannuncia già come il remake del fallimento di Camp David. Di peggiore, rispetto al 2001, vi è la presenza delle tre "anatre zoppe" Bush, Olmert e Abu Mazen, che non hanno alcuna credibilità internazionale e i cui consensi in patria sono in caduta libera. Il movimento islamico di Hamas, che controlla Gaza, è stato estromesso da qualsiasi trattativa ufficiale o ufficiosa. Gli unici paesi a trarre qualche vantaggio dalla conferenza potrebbero essere l'Arabia Saudita - che vuole la normalizzazione dei rapporti con Israele in funzione anti-iraniana - e la Siria che, invitata in extremis, sfrutterebbe l'occasione per uscire dallo scomodo "asse del male."
Il famoso slogan dei "due popoli, due stati" sembra ormai non solo inattuabile, ma persino offensivo. Dopo averlo reso del tutto impraticabile sul campo, grazie all'estesa rete di insediamenti israeliani in West Bank e all'onnipresente muro, l'establishment israeliano vorrebbe ora usare questo slogan per creare uno stato palestinese cuscinetto, in cui deportare gli arabi-israeliani ed ottenere finalmente l'obiettivo della purezza demografica. Nel caso in cui la conferenza di pace sia un successo.

www.altrenotizie.org




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24 novembre 2007
popolo della pace e delle bandiere arcobaleno, risvegliati!
in genere, mi accade solo leggendo certi capolavori della letteratura; ma la potenza evocativa di questo articolo apparso ieri su Repubblica (reportage da Mogadiscio) mi ha procurato la sgradevole sensazione di essere lì, in Somalia, e di rischiare anch'io la morte o l'afflizione morale e fisica vicino a quei poveri esseri umani – persone da macello, Persone come me, come te, come noi.

dopo l’orrore, la rabbia; dopo la rabbia, l'indignazione.
dopo, molto dopo, un ragionamento: che fare?!
non trovo risposte, e l'impotenza riaccende la rabbia e l’orrore...

Africa, continente discarica..  latrina dell’Occidente..
se la tragedia somala fosse sopra alla linea del Mediterraneo, anziché sotto, ci riguarderebbe molto molto di più, e la nostra indignazione diventerebbe azione politica. 
invece, “..è l’Africa: che ci vuoi fare?!”
è atroce e banale ad un tempo: siamo razzisti

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Somalia, fuga dall'inferno - GIAMPAOLO VISETTI

MOGADISCIO - Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaeda in Africa, la Somalia precipita sempre di più nel dramma. Una settimana fa, infatti, dall'Etiopia sono arrivati altri 20 mila uomini e 52 carri armati con un ordine semplice: fare una strage. Comincia da qui il viaggio nell'inferno della Somalia, paese senza pace, dove centinaia di conflitti sono stati coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni. I militari del presidente provvisorio sono alla fame, i civili allo stremo (quattromila i morti nel 2007): donne, bambini e vecchi scappano a piedi. Un popolo in fuga dalla capitale e che si rifugia nelle tendopoli. Sperando nell'aiuto della Comunità internazionale. Adesso, con un lampo strano negli occhi, lo chiamano "la scimmia". Hawo Ali, da due settimane, vive sospeso tra gli spini del secondo ramo di una grande acacia. È il segreto degli sfollati nel campo di Elasha, a sud della capitale. L'eroe dell'ultima battaglia di Mogadiscio ha 11 anni. Per due ore ha trascinato per le vie del grande mercato di Bakara il cadavere di uno dei sette soldati etiopici ammazzati dai ribelli al governo di transizione. La notte prima era stato costretto ad assistere allo sterminio della sua famiglia. Assieme alle vedove del clan è stato scelto dalle milizie degli shabaab, i giovani delle corti islamiche in rotta, per offrire un macabro regalo agli invasori di Addis Abeba. Nel 1993 era successo con gli americani. Lo choc popolare aveva costretto Bill Clinton a ritirare le truppe. Oggi non è andata così. Gli etiopici hanno arrestato venti maschi somali, rastrellati a caso nel quartiere di Yagshid. Venti uomini vivi in cambio di un cadavere preso a calci dalla folla? Ai mercanti del porto è sembrato che il nemico cedesse. L'errore l'hanno capito l'altra notte. Nel quartier generale dell'esercito governativo è entrata la salma dell'occupante, avvolta in un lenzuolo bianco. Dal carcere sono usciti venti sacchetti di nylon blu, riempiti con i pezzi degli ostaggi, irriconoscibili, mescolati alla rinfusa. È scattata così l'ultima vendetta etiope contro il popolo somalo, scudo per la nuova resa dei conti tribale. Un ordine semplice: consumare una strage senza limiti, decimare la capitale, seminare il terrore e la disperazione in ogni zolla del Paese. Per questo Hawo Ali ora deve nascondersi da tutti. Il 4 novembre è stato il volto dell'insurrezione ispirata dai fondamentalisti, decisi a innescare una rivoluzione nazionalista. Ha fallito. Ora, per tutti, è solo il colpevole del più crudele massacro del Corno d'Africa dall'inizio della guerra civile in Somalia. È un bambino, ma ha capito. Rifiuta la razione di mais. La sua patria è un altoforno in fiamme, il destino ha spento la sua stella. Dieci chilometri a nord, poco sotto lo stadio di Mogadiscio, tocca a Fortun Abdullahi Ali Afrah assistere alla catastrofe. Un proiettile le è esploso negli occhi. Ha sedici anni, nessuno ha il coraggio di portarla in un ospedale. La madre al mattino la depone su una sedia, in mezzo alla strada. Se non può vedere, che almeno senta quello che succede a chi può camminare. La città è un misterioso, imprevedibile, deserto campo di battaglia. Tra le macerie, squarci e spazi aperti dai bombardamenti sono vuoti. Negozi, mercati, scuole, uffici, università e porto sono chiusi. Ciò che resta della popolazione passa il giorno barricato nelle buche scavate sotto il pavimento delle case. Sono quasi tutti maschi, rimasti a difendere le proprietà. Chi deve uscire in cerca di acqua e di cibo, corre ricurvo tra auto bruciate e muri crollati. Cadaveri e feriti vengono lasciati dove cadono. Un'aria spessa, bollente e polverosa, stende su tutto una nebbia affumicata. Negli ultimi giorni non si spara più solo di notte. Gli insorti combattono in campo aperto. Ore di battaglia intensa cedono a lunghe pause di silenzio. Il terrore dirada gli scontri. Soldati etiopici e squadre fedeli al governo rastrellano però senza sosta, edificio per edificio. Circondano un quartiere e chi è all'interno è perduto. Ufficialmente danno la caccia ai terroristi vicini alle Corti islamiche, in fuga da gennaio. I superstiti raccontano invece un'altra storia. I militari armati dal presidente provvisorio, Abdullahi Yusuf del clan darod, da mesi non vedono un soldo. Alla fame, come la gente, aggrediscono e rapinano chi non confessa di sostenere la jihad. Chi ammette è giustiziato sul posto, quindi mutilato. Chi resiste viene decapitato. Membra umane sono state appese in una macelleria, come lezione collettiva. Centinaia le donne stuprate davanti ai parenti. Il primo ministro, Ali Gedi del clan hawiya, è stato costretto a dimettersi e a rifugiarsi in Kenya. La capitale torna nelle mani dei "signori della guerra", dei darod che garantiscono a Yusuf il controllo di porto e aeroporto: mezzo milione di dollari al giorno, in contanti. Sindaco e capo della polizia impongono il loro dazio a chi scappa. Per i bambini sotto i 12 anni la tariffa è doppia. I ribelli, non solo fondamentalisti, si preparano ad una lunga resistenza. Nel quartiere "Mar Nero", attorno al grande mercato e a Wahara Adde, si scavano trincee e cunicoli sotto le macerie. Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaida in Africa, la Somalia precipita in un massacro dominato dall'anarchia. Centinaia di conflitti coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni: vendette tra clan, tribù e famiglie; lotte di potere tra generali e criminali che hanno spodestato Siad Barre; contese tra le bande che alimentano il più fiorente mercato africano di armi, droga e scorie nucleari; guerra santa dei fondamentalisti islamici, finanziati dal mondo arabo attraverso l'Eritrea; invasione colonialista dell'Etiopia, appoggiata dagli Usa per assicurarsi il controllo di petrolio e uranio; infine Somaliland e Puntland che reclamano indipendenza, l'irredentismo che riesplode nell'Ogaden, la resistenza nazionalista che spinge il nord contro il centro e questo contro il sud. In mezzo al caos, i caschi verdi dell'Unione africana. Avrebbero dovuto essere 8 mila. Meno di duemila ugandesi invecchiano assediati nelle caserme. Sabato notte i ribelli islamisti hanno obbedito all'appello di uno dei loro capi, Abu Mansur. Il quartiere generale di Mogadiscio è stato bombardato. Una capitale devastata attende l'ultimo atto della propria tragedia: l'esplosione degli attentati contro i contingenti stranieri, qui come ad Addis Abeba, o nel resto del Corno d'Africa. Per questo una folla sterminata, che aveva fin qui sopportato povertà e dolore come nessun altro, ora scappa. Vede che la criminalità rapace, l'indifferenza e l'idiozia della comunità internazionale, hanno sostituito il fondamentalismo degli islamisti, rinvigorito dall'intervento degli Usa. Il popolo in fuga non tenta solo di sottrarsi alla morte: non accetta di essere testimone passivo dalla propria autodistruzione, come un cuore sul fondo dell'abisso. Un fiume di scheletri neri, apatici e muti, emerge da quartieri isolati dal mondo. Nella capitale il cibo sta finendo e manca l'acqua potabile. I mercati, con la scusa di tagliare il sostegno popolare alle milizie shabaab, sono stati devastati e chiusi dall'esercito. Donne, bambini e vecchi scappano a piedi. I carretti, trainati da asini, sono colmi di materassi, stracci, pentole. Il racket dei miserabili vende posti su stipati pullmini, schiacciati dalla folla che si arrampica sui tetti. La popolazione si perde tra cammelli, capre, mucche, galline e cani, pure in fuga dalle esplosioni. Lungo i bordi dell'unica pista allagata, che collega Mogadiscio con il Sud, si affittano alberi per ripararsi dalla pioggia torrenziale. Le donne si fermano nelle pozzanghere per riempire di un liquido fangoso taniche gialle barattate con ciotole di riso. Si cucina, ci si lava, con la melma. Per accendere il fuoco i pochi maschi abbattono piante di cinnamomi e cespugli. Nei canali si ammassano le carcasse degli animali morti. Per mangiare si spara a branchi di scimmie grigie che, al tramonto, raggiungono la strada adescate con banane verdi. Bande di ragazzi si appropriano delle buche più profonde, le spianano e vi si stendono davanti. Chiedono cibo ai veicoli che scelgono di passarci sopra. I malati, oltrepassata la piazza K7 (sigla che indica la distanza dal centro di Mogadiscio), si fermano appena possono. Verso Lafole, i pozzi di Elasha e fino ad Afgoy, una distesa compatta di ramaglie, coperte con vestiti consumati e letame, protegge i reduci dagli orrori. Cinquanta, forse centomila ripari pieni di fori. Non si muore solo per l'assenza di cibo, o avvelenati dall'acqua infetta. Fanno strage la malaria, il colera, la tubercolosi e la bilarziosi. Non esistono latrine. Centinaia i feriti da proiettili vaganti, schegge, mine. Makagedi Wasuge è stata centrata alla gola mentre fuggiva con il figlio in abbraccio. Era nato da sei giorni. Lo ha perduto e chiede agli amici di ucciderla. Poche, generiche, le medicine. Nei campi di rifugiati a Lafole, Alabaray e all'Università di Agricoltura, opera un solo medico. Abdulrahman Abdi Haline, ortopedico, distribuisce sedativi a quasi ottantamila persone. Ne ha poche scatole, manda i vecchi a raccogliere certe erbe tra le dune. Ribelli vicini alle Corti islamiche e giovani insorti vengono curati clandestinamente. La massa è corrosa dall'odio contro l'Etiopia e contro "un governo agli ordini di Bush" che non controlla più nemmeno Villa Somalia, la propria sede dopo l'originaria a Baidoa. Fadumo, un anno fa, avrebbe impiccato chi le aveva imposto il velo integrale e chiuso caffè, cinema, radio e discoteche. Da questa mattina è volontaria tra i giacigli degli insorti. Fascia le ferite di chi, nel nome di Allah, le ha sgozzato il padre e un fratello. Tra la capitale e Afgoy la tendopoli misura ormai cinquanta chilometri. Negli ultimi dieci giorni i fuggiti all'inferno di Mogadiscio sono stati oltre 250 mila. Mezzo milione da gennaio, un milione negli ultimi due anni. Un milione di esseri umani che hanno perso tutto, privi di un luogo dove vivere. Da fine ottobre i civili uccisi sono circa 500, duemila i feriti. Quattromila le vittime della guerra nel 2007, oltre 10 mila i feriti. Solo in novembre, ogni giorno, a Mogadiscio sono morti 25 abitanti. Quasi sempre madri con i figli. Si avvicinano ai mercati in cerca di cibo, vengono freddati dai cecchini. Ieri sera è capitato anche a Madina Elmi, famosa come "general". Ai tempi di Aidid era la donna dei "signori della guerra" che taglieggiavano gli innocenti. Pentita, ha dedicato la vita alla pace. È stata colpita alla schiena mentre distribuiva pomodori agli orfani, ammassati poco fuori città. "Se la comunità internazionale non si sbriga - dice Tahlil Mahamud - tra un mese non avremo più sabbia per seppellire i cadaveri". È il capo di 2200 rifugiati, nascosti tra i cespugli che la stagione delle piogge fa rifiorire di giallo in un deserto rosso. Nelle ultime due settimane le 422 famiglie del suo clan hanno ricevuto 5 chili di riso e 10 di mais. I convogli umanitari sono al centro di un fuoco incrociato. L'esercito governativo li blocca per impedire i rifornimenti di cibo agli insorti. I fuggitivi li assaltano per una manciata di farina. I ribelli li rapinano per barattare cibo con armi. Sospesa tra guerra santa, conflitto civile, battaglia tribale e insurrezione patriottica, la Somalia è sconvolta dal compimento della più temuta catastrofe umanitaria del mondo. Il futuro, la prevedibilità degli eventi, si estendono ad un paio di ore. "Non vogliamo il ritorno delle Corti islamiche - dice il vecchio Sheikh Osman Hamsow-Abd vicino alla moschea di Al Idayha, nella capitale - ma i responsabili di questa carneficina se ne devono andare". Nelle ultime ore gli sfollati sono sempre più deboli. Mogadiscio si svuota. Per accorciare la marcia i più vecchi passano dalla spiaggia affacciata sull'oceano indiano. Camminano fino a Merca, cento chilometri a sud. Questa notte tre anziani sono morti sulla riva. I corpi, secchi come conchiglie spezzate, giacciono accanto ad una scuola mobile, allestita sotto una tenda per i figli dei rifugiati. I bambini, accanto, continuano a giocare a pallone prendendo a calci una sfera di alghe. In una capanna, costruita con i carapaci delle testuggini giganti, è riunita la "polizia". Affitta scorte alle organizzazioni non governative che tentano di fronteggiare l'emergenza. Ora stanno concordando le tariffe, come fossero taxi. Ma la polizia, in Somalia, non esiste. Milizie claniche controllano porzioni di territorio. Se cambia la zona, cambia la scorta, composta da poveracci alla fame, in ciabatte, con il kalashnikov in mano. Tutto dipende da chi possiede più armi. Un terrorista delle Corti può finire a spalleggiare un "signore della guerra", passando dai ribelli all'esercito governativo, o viceversa. Si cambia casacca per una cesta di manghi, nessuno ci bada. Al riparo dei gusci di tartaruga i capi attendono l'annuncio del nome del nuovo primo ministro. Sarà un hawiya, Nur Hassan Hussein, della famiglia Abgal. Domani decideranno a chi passa la sicurezza e chi tocca fuggire. "Per parlare di riconciliazione - dice il sultano Moaim Adnan Osman - è necessario che un nuovo governo dialoghi con l'opposizione, coinvolgendo tutti i clan, aprendo ai moderati delle Corti islamiche ed emarginando i fondamentalisti. Gli invasori etiopici, i loro amici della Cia, se ne devono andare, consentendo l'invio delle forze di pace africane delle Nazioni Unite. Solo così, con il sostegno di Unione europea e Lega araba, potremo arrivare al disarmo, all'elezione di istituzioni autorevoli e alla ricostruzione del Paese". Sembra un sogno, tutti lo raccontano come automi, nessuno ci crede. Chiudere i mercati e il porto di Mogadiscio significa scegliere di annientare la propria gente. Sparare sulla folla in fuga vuol dire rendere insuperabile l'odio tra Somalia ed Etiopia, tra mondo islamico e Occidente. Hassan Mursal lo sa. Per questo ieri mattina è partito. Ha un bastone, un camicione bianco e rigido come fosse di calce. Ad Afgoy dice di cercare la famiglia di suo fratello, scomparsa da aprile. Perché è rimasto solo, perché va verso sud, dove pensa di arrivare digiuno e a piedi scalzi, cosa deve annunciare ai nipoti? Non risponde alle domande. Alza le spalle, come andasse di fretta ad un appuntamento. Tutti, qui, capiscono che saranno i loro corpi, la loro carne, a dare infine un senso fisico all'essenza del destino. Dietro ad Hassan inizia a muoversi un popolo. Non sa dove andare: ma forse, scappando in massa dall'orrore, protestando con il sacrificio estremo di se stesso, rifiutandosi di morire, sta trovando la sua strada.

 www.repubblica.it – 23.11.07




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23 novembre 2007
da 50e50

PRESA DI POSIZIONE DEL COORDINAMENTO PADOVA PER IL 50E50 CONTRO GLI SLOGAN RAZZISTI DI FORZA NUOVA DURANTE LA MANIFESTAZIONE A PADOVA DI SABATO 17 NOVEMBRE E ANCORA VISIBILI NELLA NOSTRA CITTA'

A Padova, durante la manifestazione di Forza Nuova di sabato scorso e ancora oggi in piazza Cavour, viene mostrata un'immagine agghiacciante di una donna mentre sta subendo uno stupro accompagnata dalla seguente frase 'SE FOSSE TUA MADRE, TUA MOGLIE, TUA FIGLIA? CHIUDERE I CAMPI NOMADI, ESPELLERE I ROM, SUBITO!'.

Vorremmo innanzitutto invitare i sedicenti difensori del vero italian-life-style a visitare il sito dell'ISTAT dove troverebbero agevolmente un rapporto del 2006 chiamato LA VIOLENZA E I MALTRATTAMENTI CONTRO LE DONNE DENTRO E FUORI LA FAMIGLIA, da cui potrebbero leggere a pagina 2, che "I partner ('ITALICI') sono responsabili in misura maggiore anche di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati, ma subiti per paura delle conseguenze. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei."

Inoltre sarebbe utile che chiedessero alle loro madri, nonne e zie se si ricordano per caso come fosse essere donna nella ridente Italia prima delle infauste "invasioni barbariche". Direbbero loro che gli stupri sulle donne esistono già da allora, e in misura ancora più ampia.

Non bisogna essere uno straniero per stuprare, bensì basta essere un uomo che sin da piccolo ha imparato che la donna non ha valore, e che gli è inferiore. Il popolo maschile italico si trova in fondo alle classifiche internazionali per quanto a rispetto e considerazione per il 'gentil sesso', addirittura in alcune statistiche l'Italia si trova più in basso in classifica rispetto ad alcuni dei paesi da dove provengono questi 'ROM, EXTRACOMUNITARI, E NEO-COMUNITARI'.

Agli uomini di Forza Nuova e a tutti gli uomini chiediamo:
1) ma che differenza fa se a stuprare vostra MADRE, MOGLIE O FIGLIA è uno straniero?
2) Cos'hanno questi stupri di tanto diverso rispetto agli altri?
3) Cos'è che vi dà così fastidio? Forse il fatto che sperma straniero abbia violato corpo italico? E' per questo che inneggiate all'odio contro lo straniero? Ma come fate a pensare queste cose nell'anno dell'era civile 2007?
4) Perchè non manifestate invece contro il maschilismo che genera la violenza sulle donne (stupri, braccia rotte, occhi pesti, denti che saltano...tutti i giorni, per un milione di donne italiche dentro le mura delle loro case italiche solo nell'ultimo anno)?

QUINDI CHE NESSUNO SI PERMETTA DI USARE LE DONNE E I LORO CORPI PER FARE BATTAGLIE 'ANTI-IMMIGRATORIE' E CAMPAGNE RAZZISTE. LE DONNE CONOSCONO BENE LA DISCRIMNAZIONE E LA VIOLENZA CHE L'ACCOMPAGNA E PER TALE MOTIVO SCEGLIAMO DI SCHIERARCI CONTRO QUALSIASI FORMA DI RAZZISMO E VIOLAZIONE DEL DIRITTO E DELLA LIBERTA' DELLA PERSONA, UOMO O DONNA CHE SIA, ITALIANO/A O STRANIERA/O




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18 novembre 2007
Eddy Salzano...

CANTIERE DELLA SINISTRA          INCONTRI SULLA CITTA’

 

LUNEDI’ 26 NOVEMBRE

SALA PALADIN (Municipio di Padova) ORE 20,45

 
Presentazione del libro di

EDOARDO SALZANO

 MA DOVE VIVI?

La città raccontata

(Ed. Corte del Fontego)

 

Con interventi di:

Luisa Calimani, Coordinatrice della rete degli architetti ed urbanisti “Città amica”

Giuliana Beltrame, Consigliere comunale

Gianni Ballestrin, Coordinatore Commissione “Relazioni in città” Cantiere della Sinistra

Introduce e modera:

Sergio Lironi, Presidente di Legambiente Padova

 

Sarà presente l’autore

Cogliendo l’occasione della recente pubblicazione del nuovo libro di Edoardo Salzano, con questo incontro il Cantiere della Sinistra di Padova si propone di promuovere un ciclo di iniziative dedicate al tema della città contemporanea, dell’urbanistica e della qualità delle relazioni sociali in ambito urbano e metropolitano. Iniziative rivolte a tutti i cittadini, non riservate ai soli “addetti ai lavori”, perché la città non è solo disegno urbano, ma anche costruzione collettiva, condivisione di una visione strategica, di un progetto comune. Un’occasione che riteniamo importante anche ai fini di una più approfondita riflessione sulle politiche urbanistiche e sulle trasformazioni in atto nella nostra città e nel nostro territorio.


L’urbanistica non è roba da architetti - Giorgio Todde

(Recensione del libro “Ma dove vivi?”, di Edoardo Salzano)
Nel 1946 nel primo capitolo del suo “Modo di pensare l’urbanistica”, Charles Edouard Jeanneret, noto con il nome di Le Corbusier, riflettendo compiutamente sulla città moderna e su come essa sia malamente progettata e abitata, afferma che “c’erano già stati grandi urbanisti i quali non maneggiavano la matita ma le idee: Balzac, Fourier, Considérant, Proudhon”.
Nel libro recente di Edoardo Salzano, “Ma dove vivi?”, l’urbanistica converge verso la storia, la filosofia e la letteratura. Il testo si conclude con Lucrezio e il rapporto tra la natura e l’uomo che la vive, con la Manchester industriale, razionale e inumana descritta da Engels nel XIX secolo, la Napoli di Matilde Serao nella quale vince, sino dall’ottocento, la speculazione edilizia.
Il capo indiano Sealth, profeticamente e con profonda filosofia, vede la futura degenerazione del rapporto uomo “consumatore di risorse” e il mondo naturale che porta ovunque la traccia del divino, invisibile ai colonizzatori. Questa necessità di una visione “universale” della città sentita da Edoardo Salzano, è evidente sin dall’incipit. Le prime pagine sono dedicate alla nascita della città. La storia che Salzano racconta, incomincia con l’aggregazione umana e, attraverso una lunga parabola, l’Autore spiega la forma urbana di oggi. Numerosi e in perfetta consequenzialità storica i riferimenti alla realtà italiana nella quale il consumo dei suoli è indirizzato dal predominio della sterile rendita su ogni altra economia. Sono proprio i meccanismi della storia, di quella grande e di quella piccola (le vicende di tangentopoli, le ingerenze della micropolitica, i disastri degli anni novanta), che guidano i capitoli del libro.
L’urbanistica, i meccanismi applicati ad un’azione essenziale e primaria qual è l’abitare i luoghi, spiegati attraverso la storia. Le planimetrie di Siena e di Lipsia medievali, insieme a tante altre tavole tutte dense di significato, servono a decifrare la contemporaneità sulla quale Salzano si concentra. L’oggi spiegato utilizzando il passato. Chi non possiede gli strumenti per comprendere la realtà soffre perché non ha altra possibilità che subirla. Così l’Autore cerca di fornire al lettore i mezzi per comprendere. Anche quelli normativi, a partire dalla prima legge che dota le amministrazioni di uno strumento che è un punto di partenza, la legge 1150 dell’agosto del 1942. Da allora le città smettono, in Italia, di svilupparsi caso per caso e lo Stato detta le direttive attraverso i piani regolatori. Da qui l’Autore dipana un lineare racconto sulle cose, piccole e enormi, che molti cittadini vedono avvenire nelle proprie città, senza comprenderle, senza interrogarsi.
La divulgazione è un compito riservato ai “saggi” i quali possiedono la conoscenza in un grado così elevato da raggiungere la semplicità. “Ma dove vivi?” è, perfino nel titolo, uno sforzo di far ragionare chi non si fa domande sul dove vive, neppure quando, dice l’Autore, avverte la fatica e il peso di abitare in luoghi difficili, complessi e talvolta dolorosi come le nostre città. Un tentativo di far guardare chi non vede. La divulgazione “alta” che Salzano opera felicemente, fa comprendere come l’Urbanistica non sia una specialità culturale riservata agli architetti (i quali praticano un artigianato e in casi rarissimi producono perfino arte, ma non sono che una via possibile all’urbanistica) ma è una conoscenza intricata che si regge su una serie di discipline, richiede la capacità di interpretare i luoghi e le società, una visione storica del mondo intorno ed esige, come nel caso di Lucrezio e di Capo Sealth, una filosofia che la sostenga.
Infine le riflessioni sulle condizioni di rischio ambientale planetario calate nelle realtà quotidiane, la qualità ambientale e l’insostenibilità di uno sviluppo ottusamente fondato sul pil. L’accenno ai princìpi latouchani sulla necessità di una decrescita di un meccanismo economico che invece tende alla crescita progressiva e inesorabile. La sostenibilità malignamente confusa con la tollerabilità e le conseguenze terribili di questa confusione. Il collegamento tra i grandi sistemi e la nostra città attuale, la città italiana e la fatica di abitarla, la fatica giornaliera di spostarsi dentro i nostri sistemi urbani. La dimostrazione di quanto una teoria economica entri nel nostro quotidiano e lo influenzi. Gli argomenti si susseguono rapidamente, sempre espressi con rigore e chiarezza esemplari.
Salzano trova perfino il tempo, in chiusura, di ipotizzare un’urbanistica salvifica la cui energia dovrebbe provenire dalla partecipazione di ognuno alla costruzione della città, spesso “pensata” e imposta dal cosiddetto “alto” della politica davanti al quale il cittadino debole sceglie la via del proprio “particolare” sul quale si concentra e dentro il quale si rinchiude. Non è un esercizio retorico rivolgersi ai giovani visto che in essi, se non altro per biologia, è contenuta l’energia sociale sulla quale l’Autore fonda la speranza di un contenimento armonico della crescita al posto dell’aggregazione di uomini e costruzioni chiamata città. Ai giovani è esplicitamente rivolto il libro, ma non solo. Anche il prezioso, accurato glossario è uno strumento ulteriore che l’Autore mette a disposizione del lettore giovane e non più giovane che si avvicina, magari per la prima volta, all’argomento.
L’Autore, l’abbiamo accennato, conclude con “l’urbanistica dei filosofi e degli scrittori” e il lettore chiude il libro con la convinzione che tutti dovremmo essere in possesso di una spinta naturale a riflettere sui luoghi che abitiamo, su come sono fatti e su come dovrebbero essere. Tutti dovremmo diventare urbanisti delle nostre città.




permalink | inviato da conques il 18/11/2007 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Non ha molto senso parlare di intercultura se non si avverte questa evidenza: che mentre noi siamo continuamente, prevalentemente soliti ritenere che sia giusto rappresentarci un po’ come un cerchio al centro del quale c’è il nostro io, la nostra soggettività, la nostra tradizione personale o culturale o nazionale o filogenetica, per così dire, e al margine, come sulle linee di frontiera, ci sono i contatti con gli altri; mentre invece, forse, dovremmo soprattutto pensarci come qualcosa che nasce ai bordi, che nasce lungo le linee di contatto perché, forse, noi siamo veramente non tanto nel nostro presunto interno in cui forse non stiamo in realtà mai e che rappresenta per molti versi una nostra proiezione, ma siamo sempre, per dirla un po’ al modo in cui Ortega Y Gasset era solito parlare del destino, forse, in un nostro continuo andar fuori e in questo nostro continuo andar fuori noi siamo sempre noi e quelle cose, quegli altri al contatto dei quali noi accadiamo e d’altra parte, tuttosommato, è forse una pruderie eccessiva quella che ci convince sempre a tacitare la dimensione del metabolismo della nostra vita, a concepire la nostra forma come una forma che dovrebbe essere perfetta, cioè non avere buchi, non avere orifizi, non avere contatti; mentre invece la nostra esistenza stessa è fatta di una continua porosità. Noi viviamo costantemente lungo il nostro bordo.

Adone Brandalise (da Trickster)